29
Feb

Il viaggio – Racconto di Guglielmo Finotti – Puntata 1

“Conosci Emilio?”
“Chi?” chiese lui. Sembrava distante, quasi come se quella domanda provenisse da un luogo
seppellito lontano, in mezzo a mille pensieri.
“Emilio. Quello che fa laboratori di teatro, anche al Liceo, qui vicino…” rispose lei.
“Ah… no, non lo conosco…”
Davide guardava la sua penna scorrere sul quaderno. Volteggiava in mezzo a piccoli numeri,
saltellando da un punto all’altro attorno a linee esili, eppure talmente potenti da poter separare
miriadi di possibilità, piroettando senza fermarsi mai… fino ad arrivare all’uguale. Lì finiva una riga,
una figura di danza. Poi, si spostava qualche riga più giù, pensava al da farsi, e ricominciava il suo
ballo vorticoso. Qualche volta, però, scivolava su qualcosa di diverso, fuori posto:
improvvisamente impazziva, andando avanti e indietro nella sua follia per coprire, sotto a un muro
sottile, ma così impenetrabile, di inchiostro blu, un piccolo enorme errore.
“Il ragazzo è molto bravo” dicevano i professori, nella sua scuola. Eppure quella bravura gli
costava non poche ore passate a guardare e riguardare regole, teoremi, decine di altre piccole
cose, analizzando, scrutando e ripetendo continuamente. Alcuni comprendono bene la
matematica, vivono in armonia in mezzo a tutti quei numeri, li imbrigliano e li guidano verso nuovi
orizzonti lontani. Altri la disprezzano con tutto il cuore e, in cuor loro, chiamano pazzi coloro che la
studiano per passione. Davide, invece, non sapeva che fare: era affascinante vedere come nella
matematica tutto aveva un perché, uno scopo, un’esattezza intrinseca. Nonostante questo,
malediceva quegli interminabili pomeriggi passati a rivedere, correggere, riscrivere pagine intere.
Nella confusione si perdeva e si disperava, per un paio di righe scritte a penna affiancate da un
triangolo provava un’ira smisurata. Ma non poteva arrendersi, mai! Desiderava ottenere quel
risultato, quella certezza di essere nel giusto, nell’esattezza matematica. Inopinabile. Voleva aver
ragione. Voleva che tutto avesse un senso, un verso corretto. Ne era ossessionato.
“Fa una serie di incontri, il lunedì sera. Li chiama Open Training. Dovresti provare, ti farebbe
bene, ce n’è uno proprio stasera…” Continuò lei.
Mentre parlava, il sole d’inverno uscì timidamente dal suo nascondiglio dietro alle nuvole e iniziò a
mandare qualche debole raggio verso la loro stanza. Tutto si risvegliava: l’armadio blu notte dietro
al tavolo si accese di un colore chiaro, l’azzurro di una mattina serena. Nel paesaggio d’autunno
dipinto sul piccolo quadretto vicino all’orologio albeggiò: gli alberi rossi esplosero
improvvisamente in polvere di rubini, incastonati nel fiume d’oro del piccolo e stretto sentiero
dipinto lì in mezzo. Un nuovo giorno iniziava anche per lui. Al contrario Davide, nel suo grigiore,
sapeva benissimo che era pomeriggio. Tra poco, tutto sarebbe ripiombato nell’oscurità della notte.
Infatti, i suoi occhi stanchi, abituati alla nebbia senza colori, protestarono (con molta, molta forza)
e il fastidio lo costrinse a girare il suo sguardo verso Elisa, mugugnando contrariato.
Quella piccola scenetta le aveva messo un accenno di sorriso sulle labbra sottili, una lieve
pennellata di rosso su di una tela vagamente rosata. Un volto dai lineamenti dolci, armoniosi, che
sapeva voler bene tanto quanto sapeva essere autorevole e deciso, contornato da capelli castani,
che scendevano ricci fino a posarsi delicatamente sulle sue spalle. I suoi occhi scuri, che
indagavano su tutto quello che trovavano, erano rimasti occupati a studiare nelle ultime due ore e
sorridevano a Davide. Avevano finalmente trovato una via di fuga da quella monotonia forzata.
“Elisa, non ho tempo per questo, ho un sacco di cose da fare!”
“Ma se te ne rimani tutto il tempo lì a cercare di far quadrare i conti, come al solito! Devi trovare
qualcos’altro da fare, altrimenti finisci per impazzire!”. Il suo viso si era improvvisamente fatto
serio. Nonostante fosse in piena luce sembrava velato da un’ombra. Stava parlando molto
seriamente: “Devi uscire da quella specie di… guscio che ti sei fatto, lo capisci?”
“Per favore, non dire così!” sbottò Davide. “Elisa, è il mio modo di fare questo. Non avrò molti amici e non sarò sempre molto socievole – continuò dopo un leggero sospiro – però sono fatto così”. Quelle ultime parole gli uscirono tremolanti.
Elisa si trattenne dall’insistere, vedeva il rifiuto dipinto sulla faccia di chi gli stava di fronte, allo
stesso modo in cui notò qualcosa che le fece prendere paura: un cedimento. Davide non mostrava
molto i suoi veri sentimenti e le sue opinioni: era una persona molto riservata. Eppure, per un
momento, le sembrò di aver davanti una porta chiusa, con una piccola crepa che le permetteva di
vedere ciò che stava dietro. Si sentì come Alice che sbirciava attraverso la serratura, in un
momento fuori dal tempo.
Poi, Davide si girò, mentre raccoglieva i suoi libri, e l’orologio, così spaventato per essersi distratto
e preso in ritardo, si rimise a correre furiosamente. Senza riguardo.
“Devo andare… devo… finire di fare una cosa”.
Si salutarono a malapena. Mentre lo osservava attraversare la strada, Elisa pensò che, nonostante
tutta quella sua freddezza, la porta che aveva intravisto potesse nascondere davvero un bellissimo
giardino: dopotutto, Davide era sempre stato gentile con lei. A dire il vero, non era mai scortese
con nessuno. Lei aveva cercato di ricambiare quella gentilezza, invitandolo qualche pomeriggio a
casa sua, per chiedergli un po’ di aiuto nello studio e, magari, sperare di capirlo. Ma, come ogni
altra volta, ogni tentativo si era risolto in un fallimento. Parola dopo parola, pagina dopo pagina,
sembrava quasi peggiorare. Richiuse la porta.
“Quell’Eden si sta trasformando in una Dite infernale” pensò.

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